{"id":828,"date":"2015-03-23T23:00:25","date_gmt":"2015-03-23T22:00:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=828"},"modified":"2015-04-22T00:51:19","modified_gmt":"2015-04-21T22:51:19","slug":"lapporto-di-bion-alla-psicologia-di-comunita-3a-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=828","title":{"rendered":"L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (3a parte)"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Autore: <a href=\"http:\/\/www.gentile.altervista.org\" target=\"_blank\"><strong>Dott. Nicola Gentile<\/strong><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come accennato uno degli obiettivi di questo scritto \u00e8 quello di fare un confronto teorico fra modelli diversi, ed in particolare tra quello gruppoanalitico, e quello sistemico. Di seguito verr\u00e0 fatta un\u2019esposizione che oltre a questi due modelli fa un confronto con altri, quali la gestalt, lo psicodramma ed anche qualche aspetto della teoria cognitivo-costruttivista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La terapia gruppoanalitica e l\u2019approccio sistemico<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Possiamo dire che la terapia gruppoanalitica, discendente appunto dall\u2019approccio di comunit\u00e0, \u00e8 un approccio terapeutico, che continua a dare molti spunti anche ad autori recenti, soprattutto per quanto riguarda una possibile integrazione con altri modelli, vedi lo psicodramma. In questo senso un importante interpretazione del gruppoanalitico \u00e8 quella che descrive Giulio Gasca (Gasca, 2012):<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/group-paper-people.jpg\" rel=\"lightbox[828]\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-920\" src=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/group-paper-people-300x157.jpg\" alt=\"group-paper-people\" width=\"305\" height=\"160\" srcset=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/group-paper-people-300x157.jpg 300w, https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/group-paper-people-600x315.jpg 600w, https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/group-paper-people.jpg 957w\" sizes=\"auto, (max-width: 305px) 100vw, 305px\" \/><\/a>&#8220;Ci\u00f2 che caratterizza l\u2019esperienza di siffatti gruppi \u00e8 l\u2019atteggiamento attivo che assume ciascun membro: non abbiamo pi\u00f9 un paziente sdraiato su un lettino, reso cos\u00ec oggetto dell\u2019osservazione e dell\u2019operare interpretativo del medico-analista, ma una molteplicit\u00e0 di soggetti che disposti in cerchio, possono guardarsi tra loro e operare al tempo stesso come pazienti e terapeuti, scambiandosi emozioni, ricordi, pensieri e interpretazioni, mentre colui che conduce il gruppo, seduto anche lui nel cerchio si trova (e non solo fisicamente) a condividere la loro posizione, s\u00ec che Foulkes ebbe a dire che l\u2019analista \u00e8 il primo paziente del gruppo &#8221; (Ivi, p. 68)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo autore, esperto di gruppi psicodrammatici, cerca di integrare nel suo testo le due visioni di gruppo, rispondendo per molti requisiti all\u2019obiettivo che si \u00e8 posto anche il seguente scritto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un aspetto importante \u00e8 la prospettiva che d\u00e0, in quanto passa da una visione in cui l\u2019inconscio \u00e8 oggetto di osservazione, ad una in cui \u00e8 il soggetto che responsabilmente osserva se stesso. La sua opinione ovviamente non \u00e8 molto distante dalla mia, anche se non condivido la divisione netta fra soggetto ed oggetto. Infatti, non \u00e8 molto comprensibile cosa sia oggetto di osservazione in gruppo. Secondo questa visione che cita appunto Foulkes, anche il terapeuta, entra nel gioco diventando egli stesso soggetto. Dal mio punto di vista il fatto che il terapeuta osservi il gruppo nel suo insieme fa si che il gruppo diventi egli stesso soggetto con regole proprie diverse da quelle di ogni singolo individuo, ma allo stesso tempo sia oggetto di attenzione da parte del terapeuta che con i suoi interventi evita che si vengano a creare gli assunti di base.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019aspetto riguardante le regole diverse fra il gruppo nel suo insieme ed i singoli soggetti che lo compongono, dal mio punto di vista \u00e8 appunto uno dei punti in comune con la terapia sistemico &#8211; relazionale . Se infatti consideriamo la teoria dei sistemi complessi per cui un sistema nel suo insieme segue regole diverse dai sottosistemi che la compongono, allora possiamo comprendere come ci siano molte somiglianze fra questi due modi di intendere i gruppi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/prova.jpg\" rel=\"lightbox[828]\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-891\" src=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/prova-300x225.jpg\" alt=\"prova\" width=\"330\" height=\"247\" srcset=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/prova-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/prova.jpg 479w\" sizes=\"auto, (max-width: 330px) 100vw, 330px\" \/><\/a>Nel dettaglio il gruppo nel suo insieme \u00e8 pi\u00f9 normale di ogni suo singolo individuo. Quindi intendendo il gruppo come un sistema complesso, possiamo dire che la norma del gruppo non corrisponde alla normalit\u00e0 di ogni singolo individuo, che sar\u00e0 sempre diversa da quella del gruppo. Appunto regole diverse. A questo punto entriamo nel vivo di un approccio comparato. Dal mio punto di vista infatti, tutti i modelli terapeutici usano un proprio linguaggio, che per\u00f2 spiegano sempre le stesse cose. Una visione comparata \u00e8 quindi utile non tanto per creare un nuovo modello, tanto per capire con quale linguaggio vogliamo parlare, e soprattutto per comprendere quale linguaggio \u00e8 pi\u00f9 simile alla nostra struttura di personalit\u00e0, e quindi a chi lo usa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Io personalmente condivido molto il linguaggio usato da Bion, non tanto perch\u00e9 sia di facile comprensione, ma perch\u00e9 una volta entrati in certi meccanismi mi semplificano l\u2019interpretazione che uso per i vari fenomeni che osservo.<br \/>\nQuesta visione ovviamente contrasta con quella di altri modelli teorici, i quali osservano che ci\u00f2 che cambia non \u00e8 solo come vengono descritti i fenomeni, ma anche come si agisce su questi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un intervento sistemico, sar\u00e0 sicuramente diverso da un intervento cognitivista, che a sua volta sar\u00e0 diverso da un altro di un modello pi\u00f9 o meno scientifico ecc\u2026<br \/>\nQuesta visione che a logica appare inattaccabile, nei fatti si dimostra per\u00f2 lacunosa, in quanto i soggetti interessati, cio\u00e8 i vari terapeuti dei vari approcci, una volta maturata una certa esperienza, e staccandosi sempre di pi\u00f9 dalla pura tecnica, nel loro agire (per tutto quello che vuole dire), in situazioni simili si \u00e8 notato che fanno pi\u00f9 o meno le stesse cose. Quindi i silenzi, o gli interventi, o le interpretazioni, diventano pressoch\u00e9 uguali, anche variando i modelli terapeutici utilizzati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma entriamo nello specifico dell\u2019approccio sistemico &#8211; relazionale in modo da essere pi\u00f9 chiari. Come testi di riferimento utilizzer\u00f2 sia quello della Ugazio (Ugazio, 1998) sia quello di P. Watzlawick, J.H. Beavin, D.D. Jackson (Watzlawick, Beavin &amp; Jackson, 1967) sulla Pragmatica della comunicazione umana.<br \/>\nPartiamo dal primo assioma della comunicazione citato da questi autori, cio\u00e8 \u201cl\u2019impossibilit\u00e0 di non-comunicare\u201d. Come scrivono gli stessi autori:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;In altre parole, non esiste un qualcosa che sia un non-comportamento o, per dirla anche pi\u00f9 semplicemente, non \u00e8 possibile non avere un comportamento. Ora, se si accetta che l\u2019intero comportamento di una situazione di interazione ha valore di messaggio, vale a dire \u00e8 comunicazione, ne consegue che comunque ci si sforzi, non si pu\u00f2 non comunicare. L\u2019attivit\u00e0 o l\u2019inattivit\u00e0, le parole o il silenzio hanno tutti valori di messaggio: influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a queste comunicazioni e in tal modo comunicano anche loro.&#8221; (Ivi, pp. 40-41)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che poi definiscono:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Per riassumere, si pu\u00f2 postulare un assioma \u2018metacomunicazionale\u2019 della pragmatica della comunicazione: non si pu\u00f2 non comunicare&#8221; (Ivi, p.43)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo concetto ricorda in modo abbastanza marcato il \u201canche chi non fa niente fa qualcosa\u201d di Bion.<br \/>\nIn entrambi i casi, infatti quello che emerge \u00e8 come sia per l\u2019essere umano impossibile non fare niente, e come anche cercando di sforzarsi, non pu\u00f2 non comunicare, e quindi fare qualcosa. Questo messaggio, per quanto semplice racchiude in s\u00e9 un aspetto di speranza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In quanto aggiunge a tutto quello che possiamo fare un ulteriore possibilit\u00e0, cio\u00e8 non fare niente. E\u2019 come se aprisse una finestra che altrimenti sarebbe rimasta chiusa. Nella mia esperienza si \u00e8 sempre insediato un vecchio detto italiano per cui: &#8220;Dal niente non viene fuori niente&#8221;.<br \/>\nIn contrasto con questa visione Bion, ma anche gli autori sistemici, hanno dato un messaggio in cui anche dal niente, viene sicuramente fuori qualcosa. Sembra banale, ma non lo \u00e8.<br \/>\nQuesta modalit\u00e0, segue un po\u2019 anche quella del medico, il quale in alcuni casi manda il paziente dallo psicologo , quando il soggetto non ha \u201cniente\u201d di organico che possa giustificare il suo malessere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Watzlawick assieme ai suoi collaboratori nel loro testo, affrontano tutti i meccanismi legati alla comunicazione per cui i cinque assiomi possono essere cos\u00ec riassunti: non si pu\u00f2 non-comunicare; vi sono vari livelli comunicativi di contenuto e di relazione, per cui la relazione classifica il contenuto; la relazione dipende dalla punteggiatura della sequenza di eventi; vi pu\u00f2 essere una comunicazione numerica ed analogica; si pu\u00f2 avere una interazione complementare e simmetrica.<br \/>\nRiguardo la comunicazione analogica gli autori scrivono:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Cosa \u00e8 dunque la comunicazione analogica? La risposta \u00e8 abbastanza semplice: praticamente \u00e8 ogni comunicazione non verbale.&#8221; (Ivi, p. 53)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Su questo ultimo aspetto, possiamo soffermarci, non tanto per l\u2019importanza del concetto, ma per la modalit\u00e0 in cui viene spiegato. Sicuramente l\u2019approccio sistemico, rappresenta una modalit\u00e0 molto esplicativa di spiegare i fenomeni, a differenza di alcuni testi psicoanalitici che risultano molto criptici, ma in alcune circostanze tale modalit\u00e0 appare anche troppo eccessiva. Ovviamente \u00e8 un fatto di qualit\u00e0, quindi non oggettivo, ma bens\u00ec soggettivo. Come spiegavo in precedenza, la comparazione non significa, prendere pezzi di teorie diverse e unirli a caso. L\u2019obiettivo \u00e8 appunto quello di esaminare tutti i possibili punti di vista, per poi fare una scelta in base alla propria personalit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/booklovers11.jpg\" rel=\"lightbox[828]\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-779\" src=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/booklovers11-300x188.jpg\" alt=\"??????????????????\" width=\"300\" height=\"188\" srcset=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/booklovers11-300x188.jpg 300w, https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/booklovers11-600x375.jpg 600w, https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/booklovers11.jpg 1920w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>La Ugazio (Ugazio, 1998) nel suo testo fa un operazione del genere quando si chiede se sono i pazienti che costruiscono le teorie psicopatologiche.<br \/>\nL\u2019autrice quindi mette in relazione le varie forme di trattamento psicopatologico con le varie nevrosi. Per cui l\u2019organizzazione semantica fobica viene messa in relazione con la terapia cognitivo \u2013 comportamentale, spiegando come il tipo di relazione che vuole questo tipo di soggetti, sia meno stretta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per quanto riguarda l\u2019organizzazione semantica dei disturbi alimentari, il riferimento che fa \u00e8 alla terapia sistemico &#8211; relazionale in quanto con l\u2019osservazione delle relazioni, il soggetto si trova in una situazione in cui in ogni memento ed in ogni circostanza, la relazione con l\u2019altro diventa centrale per la definizione del proprio s\u00e9.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infine per quanto riguarda l\u2019organizzazione semantica ossessiva, il riferimento \u00e8 alla psicoanalisi, che nella sua relazione lavora molto sul dubbio e la rimuginazione.<br \/>\nInoltre spiega:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Pi\u00f9 tardi, studiando la nevrosi ossessivo \u2013 compulsiva, mi accorsi che il contributo alla comprensione di questa psicopatologia fornito dalla psicoanalisi, e di cui quest\u2019ultima \u00e8 giustamente orgogliosa, \u00e8 anche l\u2019esito di una profonda consonanza con l\u2019universo semantico del soggetto ossessivo. Al cuore di questa consonanza vi \u00e8 l\u2019idea di bont\u00e0 &#8220;astinente&#8221;.<br \/>\n[&#8230;], la psicoanalisi classica condivide quell\u2019idea del bene come privazione di male che svolge un ruolo decisivo nella costruzione del dilemma centrale di questa psicopatologia. L\u2019idea di bont\u00e0 &#8220;astinente&#8221;, cos\u00ec come non \u00e8 appannaggio esclusivo dei soggetti con organizzazione ossessivo &#8211; compulsiva, non lo \u00e8 neppure della psicoanalisi.&#8221; (Ivi, pp. 282 -283)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ho aggiunto quest\u2019ultimo spunto dell\u2019autrice, la quale se \u00e8 vero che fa risalire la psicoanalisi ad un organizzazione semantica, \u00e8 vero anche che ne parla con uno strano tono.<br \/>\nSe l\u2019operazione fatta dalla Ugazio, mi appare interessante, cio\u00e8 descrivere quale tipo di patologie hanno costruito le psicopatologie, e a quale queste si siano maggiormente rivolte, dal mio punto di vista pu\u00f2 essere fatto un ulteriore passo avanti. Cio\u00e8, visto che a loro volta i terapeuti sono stati pazienti, si potrebbe giungere alla conclusione sul perch\u00e9 si scelga un modello terapeutico anzich\u00e9 un\u2019altro.<br \/>\nUn ulteriore punto interessante del testo della Ugazio \u00e8 il seguente:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Attraverso queste domande e altre procedure, che fanno leva sul principio che il pi\u00f9 complesso spiega il pi\u00f9 semplice, il terapeuta pu\u00f2 introdurre forme di spiegazione diverse da quelle dei vari membri della famiglia, ma tali da non invalidare l\u2019esperienza emotiva del paziente.&#8221; (Ivi, p 73)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tale invalidazione dell\u2019esperienza emotiva del paziente secondo la Ugazio verrebbe a crearsi con alcune teorie:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;A questo pericolo sembrerebbero esposte soprattutto quelle pratiche interpretative, frequentemente di orientamento kleiniano, pi\u00f9 inclini a destituire di realt\u00e0 il mondo esterno. Si tratta di un rischio del tutto assente nelle psicoterapie sistemiche.&#8221; (Ibidem)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cercher\u00f2 a questo punto di ampliare queste due affermazioni. Dal mio punto di vista il primo aspetto per cui il pi\u00f9 complesso spiega il pi\u00f9 semplice, \u00e8 un concetto molto interessante in quanto mette in moto quella che potrebbe essere definita come Scienza della complessit\u00e0, contrapposta alla visione di Cartesio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pi\u00f9 semplicemente dal mio punto di vista in terapia sistemica si rispettano le regole di un sistema complesso, la famiglia, con interventi complessi.<br \/>\nVeniamo al secondo punto quello della critica ad un modello anzich\u00e9 un altro. Come si potrebbe intendere leggendo le parole della Ugazio, il modello sistemico appare migliore rispetto a quello psicoanalitico, ma di fatto se si prende l\u2019interpretazione come un intervento complesso, non si vede la netta differenza con l\u2019approccio sistemico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo senso forse mi considero pi\u00f9 comparato, in quanto nel mio interpretare, solitamente non pongo quello che dico come una verit\u00e0 assoluta, che \u201cinvalida\u201d l\u2019esperienza emotiva, ma come un\u2019ipotesi, che pu\u00f2 essere corretta a seconda del sentire del paziente. Questo secondo me \u00e8 un tema centrale. Le accuse che molti modelli tendono a farsi fra di loro, sembrano pi\u00f9 visioni chiuse che per\u00f2 non tengono veramente in considerazione la realt\u00e0. Non penso che nessun terapeuta di qualsiasi orientamento, faccia un intervento in cui si pone come possessore della verit\u00e0. Un intervento di questo genere, non avrebbe niente a che vedere con l\u2019approccio teorico di riferimento, ma solo con la patologia di chi lo mette in atto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo il mio parere, infatti, i due approcci hanno in comune molti aspetti. L\u2019esempio che si fa sempre \u00e8 quello dell\u2019esercizio dato da una volta ad un&#8217;altra. E\u2019 indubbio che alla fine di un gruppo quando viene fatta una restituzione finale, si lancia un esercizio, che anche se non verr\u00e0 chiesto in modo esplicito la seduta successiva, in qualche modo riemerger\u00e0. In molte circostanze mi sono potuto accorgere di come i temi aperti in una seduta, venissero poi affrontati nella seduta successiva, anche senza che venissero richiesti, o comunque come certe tematiche fossero state fonte di riflessione nell\u2019arco di tempo in cui non vi era stata la seduta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche nei modi in cui avviene un gruppo analitico, si potrebbero vedere delle somiglianze con la stanza del terapeuta sistemico. Solitamente il gruppo analitico avviene in una stanza, ad una certa ora con una schematicit\u00e0 abbastanza rigida. Quello che avviene infatti \u00e8 una situazione quasi sperimentale. I gruppi non devono essere molto grandi, massimo dodici, quattordici persone, c\u2019\u00e8 un tempo, e l\u2019osservazione \u00e8 molto rigorosa. Come dire solo in una situazione del genere si pu\u00f2 creare una situazione ottimale perch\u00e9 si possano osservare certi fenomeni, come direbbe Bion.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La stanza del terapeuta sistemico \u00e8 molto simile, e pur se un terapeuta \u00e8 pi\u00f9 coinvolto, dietro lo specchio, nella situazione ottimale, ce n\u2019\u00e8 un altro che osserva fuori dal setting, in una sorta di silenzio, facendo squillare il telefono, quando vuole fermare o far notare qualche meccanismo importante emerso. In questo appare molto simile all\u2019intervento del conduttore gruppo analista, che evita che un assunto di base prenda il sopravvento. Molte volte questi interventi appaiono come la telefonata di un soggetto che pur dentro il gruppo ne rimane volontariamente fuori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Su questo Bion (Bion, 1961) dice alcune cose.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;La mia tesi \u00e8 che nella terapia di gruppo, molte interpretazioni, e tra queste le pi\u00f9 importanti, devono essere date in base alle reazioni emotive dell\u2019analista.&#8221; (Ivi, p.159)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo perch\u00e9 secondo lui essendo l\u2019analista nel polo ricevente dell\u2019identificazione proiettiva non pu\u00f2 fare altro che dire ci\u00f2 che il gruppo gli fa dire. Infatti spiega:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Dal punto di vista dell\u2019analista questa esperienza \u00e8 costituita da due fasi strettamente collegate: nella prima c\u2019\u00e8 la sensazione che qualsiasi cosa si fosse fatta certamente non si sarebbe data l\u2019interpretazione giusta; nella seconda fase c\u2019\u00e8 la sensazione di essere un tipo particolare di persona in una particolare situazione emotiva.<br \/>\nRitengo che il primo requisito dell\u2019analista nel gruppo sia l\u2019abilit\u00e0 di scuotersi da dosso l\u2019opprimente senso di realt\u00e0 che si accompagna a questo stato; se egli ci riesce \u00e9 in condizione di dare l\u2019interpretazione corretta [&#8230;]&#8221; (Ibidem)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Confronto con altri modelli terapeutici<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un confronto dal mio punto di vista pu\u00f2 essere fatto con altri approcci terapeutici, come la Gestalt di Fritz Perls, la terapia cognitivo \u2013 comportamentale, ma anche lo psicodramma.<br \/>\nPer quanto riguarda quest\u2019ultima, si fa riferimento al testo di G. Gasca (2012), che addirittura unisce i due punti di vista definendolo come \u201cpsicodramma gruppoanalitico\u201d.<br \/>\nScrive Gasca:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;L\u2019essenza profonda degli psicodrammi che si definiscono analitici pu\u00f2 essere indagata solo a partire dalla loro origine. Si tratta sempre di iniziative prese da persone che, avendo vissuto entrambe le esperienze, di analisi duale e di psicodramma, hanno cercato una via per integrarle tra loro. In genere per\u00f2 una delle due esperienze \u00e8 sentita come predominante e caratterizza la visione del mondo, il riferimento teorico e la linea guida adottata, mentre l\u2019altra viene ridotta a fornire degli aspetti tecnici che, isolati dal contesto che li aveva generati, perdono gran parte del loro significato essenziale.&#8221; (Ivi, p. 60)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 facile riassumere la visione di Gasca, e per ulteriori approfondimenti rimando al suo testo. Di fatto nel tentativo di integrare le due tecniche si potrebbe arrivare addirittura ad una terza tecnica che non ha pi\u00f9 senso rispetto alle due precedenti. Condivido con l\u2019autore il fatto che rispetto a due metodiche di cui un terapeuta fa esperienza, alla fine cerca suo malgrado di unirle in un insieme che per\u00f2 pu\u00f2 essere a discapito talora dell\u2019una, talora dell\u2019altra ed in alcuni casi di entrambe le tecniche in origine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 che mi interessa dell\u2019operazione fatta, per\u00f2, \u00e8 come l\u2019autore abbia cercato di leggere la gruppoanalisi attraverso lo psicodramma e viceversa. Questa seconda visione \u00e8 pi\u00f9 vicina al mio modo di vedere le cose. Nel testo si leggono alcuni passi in cui la spiegazione della gruppoanalisi con termini non derivati dalla teoria di riferimento diventa pi\u00f9 affascinante.<br \/>\nUn esempio possono essere i due passi seguenti:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;La tecnica gruppoanalitica ci appare assai pi\u00f9 sfumata e difficile da definire che non quelle pi\u00f9 attive proprie degli psicodrammi classici e degli psicodrammi analitici: comunque il suo tratto fondamentale appare il suo agire attraverso il gruppo.<br \/>\n[&#8230;]<br \/>\nDa un lato ci sembra che il conduttore, gi\u00e0 con il semplice esserci, funga da garante del setting e della condizione liminoide, fin dalla fondazione del gruppo&#8221; (Ivi, pp. 70-71)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il termine \u201climinoide\u201d, sta ad indicare quei fenomeni che Gasca definisce propri di societ\u00e0 pi\u00f9 complesse e che tendono a contrapporsi ai valori della cultura dominante per modificarli e sono espressione di originalit\u00e0 individuale. Al di l\u00e0 dell\u2019ultima definizione, \u00e8 interessante ed anche molto esplicativo come viene spiegata la gruppoanalisi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pi\u00f9 difficile potrebbe apparire un ponte teorico con teorie di stampo pi\u00f9 cognitivista, soprattutto di area razionalista. Superate le difficolt\u00e0 iniziali soprattutto del linguaggio, che nel tentativo di essere al massimo esplicativo, diventa criptico tanto quanto quello usato in testi di matrice psicoanalitica, ci si rende conto che alcune soluzioni possono essere molto in sintonia con il modello teorico preso fin qui in considerazione.<br \/>\nL\u2019esempio \u00e8 quello fatto in precedenza degli esercizi, tanto cari ai razionalisti, che come detto in precedenza, potrebbero tranquillamente assomigliare alla riflessione che si rimanda da un gruppo ad un altro, e qualcuno azzarda anche l\u2019elaborazione dei sogni di alcune teorie psicoanalitiche. Non mi voglio soffermare oltre se non nella citazione di quello che Chiari e Nuzzo (Chiari &amp; Nuzzo, 2005), scrivono riguardo al modello che secondo me \u00e8 pi\u00f9 vicino, anche da un punto di vista del linguaggio, a quello di questo testo e cio\u00e8 quello costruttivista:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Per gli psicoterapeuti costruttivisti i problemi riflettono i limiti attuali nelle capacit\u00e0 del sistema cognitivo (o, meglio, della persona), che d\u2019altra parte cerca di salvaguardare la propria integrit\u00e0 e di resistere a cambiamenti nucleari troppo rapidi o sostanziali attraverso processi autoprotettivi. L\u2019esplorazione dei significati personali, delle esperienze emozionali e delle modalit\u00e0 di relazione interpersonale all\u2019interno di una relazione sicura, sollecita e intensa, quale \u00e8 (o dovrebbe tendere a essere) quella psicoterapeutica, rappresenta il pi\u00f9 importante strumento di cambiamento.&#8221; (Ivi, p. 25)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lasciando lo psicodramma, ed il cognitivismo, come detto in precedenza possiamo avvicinarci ad un altra tecnica di gruppo e cio\u00e8 il teoria della Gestalt.<br \/>\nNon spiego qui il funzionamento di tale tecnica, e qualche accenno verr\u00e0 fatto pi\u00f9 in l\u00e0 su come Perls considerava la nevrosi. La cosa interessante di questo tipo di tecnica \u00e8 quella che io chiamo il lavoro sulla tensione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non vi \u00e8 dubbio che in questo tipo di lavori, superando anche le singole tecniche quali sedia che scotta ecc&#8230;, il soggetto si trovi in uno stato di tensione permanente. Questo mi ricorda molto di pi\u00f9 la gruppoanalisi di stampo bioniano, che lavora sulle tensioni, che quella di stampo foulkesiano che cerca di eliminarle. Va anche detto per\u00f2, che lo scopo di questa tecnica \u00e8 che il soggetto affronti la tensione e la superi, quindi potrebbe essere un integrazione tra i due modi di intendere il gruppo appena citati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oltre al testo scritto da Fritz Perls con altri autori (Perls, Hefferline &amp; Goodman, 1951), mi sono avvalso dell\u2019elaborato di Riccardo Zerbetto (Zerbetto, 1998), il quale in modo pi\u00f9 sintetico descrive l\u2019approccio gestaltico e ne traccia le tecniche fondamentali.<br \/>\nEgli individua quindici tecniche cos\u00ec riassunte: l\u2019uso del tempo presente; la comunicazione diretta; l\u2019assunzione di responsabilit\u00e0 intesa come abilit\u00e0 a rispondere; l\u2019uso della prima persona; deenfatizzare la nozione di inconscio; il monodramma, detta anche sedia vuota; la catarsi emozionale, cio\u00e8 lavorare su immagini, emozioni, vissuti corporei, gestualit\u00e0; l\u2019ologramma, o meglio l\u2019emersione tridimensionale della gestalt emergente; la gestaltung, cio\u00e8 cercare di far emergere con definizione pi\u00f9 chiara ci\u00f2 che \u00e8 in uno sfondo indifferenziato, e secondo Zerbetto si acquista con l\u2019esperienza terapeutica; la frase ripetuta; l\u2019amplificazione; l\u2019importanza del fenomeno e del linguaggio corporeo; l\u2019esperimento, cio\u00e8 sviluppare forme comunicative diverse da quelle usate di solito; correre dei rischi; il passaggio dal sostegno ambientale all\u2019autosostegno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non entrer\u00f2 nelle singole tecniche e in cosa sono simili e in cosa sono diversi dalla tecnica gruppoanalitica, non perch\u00e9 tale operazione sia di scarso interesse, ma perch\u00e9 dal mio punto di vista sarebbe del tutto inutile.<br \/>\nInfatti, se pensiamo al gruppo come normativo, si comprende subito come il soggetto che debba mettere in atto una di queste tecniche affronti le difficolt\u00e0 dovute alla \u201cnormalit\u00e0\u201d del gruppo. Queste difficolt\u00e0 lo portano ad affrontare con responsabilit\u00e0 le proprie problematiche, arrivando all\u2019ultimo punto dell\u2019elenco precedente e cio\u00e8 \u201cl\u2019autosostegno\u201d.<br \/>\nQuesto aspetto mi serve come introduzione per parlare del prossimo paragrafo e cio\u00e8 di come la terapia di gruppo possa essere utile anche nella terapia individuale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Una visione per la terapia individuale<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sicuramente l\u2019approccio bioniano, non pu\u00f2 prescindere dalla terapia individuale, fra l\u2019altro Bion studi\u00f2 i gruppi per un breve periodo, ma in gran parte si \u00e8 occupato di terapia individuale.<br \/>\nCi\u00f2, che voglio fare qui per\u00f2, non \u00e8 tanto l\u2019analisi di come Bion affrontava l\u2019individuo come singola persona, nel suo approccio che potremmo definire psicoanalitico, bens\u00ec, come i concetti di gruppo possano essere riportati anche nella terapia individuale.<br \/>\nBion (Bion, 1961) stesso scrive:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Sotto questo aspetto nella situazione psicoanalitica non si deve vedere una \u201cpsicologia dell\u2019individuo\u201d, ma una \u201cpsicologia di coppia\u201d.&#8221; (Ivi, p. 141)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/123155_terapia-psicologica_fotoFicha.jpg\" rel=\"lightbox[828]\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-921 size-medium\" src=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/123155_terapia-psicologica_fotoFicha-300x206.jpg\" alt=\"123155_terapia-psicologica_fotoFicha\" width=\"300\" height=\"206\" srcset=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/123155_terapia-psicologica_fotoFicha-300x206.jpg 300w, https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/123155_terapia-psicologica_fotoFicha.jpg 478w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Partiamo dagli assunti di base. Innanzitutto se si pensa ai tre assunti, dipendenza, accoppiamento, attacco \u2013 fuga, ci si accorge fin da subito che questi tre assunti, non sono solo i rischi che corre una terapia, od una situazione di gruppo, ma bens\u00ec sono rischi connessi anche alla terapia individuale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Spiego meglio, i rischi principali a cui deontologicamente deve stare attento un terapeuta nel suo lavoro sono, per primo quello di non creare una dipendenza dal proprio paziente o del proprio paziente. La situazione di dipendenza \u00e8 uno dei rischi pi\u00f9 importanti, che non riguardano solo il procedere della terapia, ma anche come va avanti. Pensiamo a situazioni di terapie che non terminano mai, che diventano lunghissime, non tanto perch\u00e9 ce ne sia un vero bisogno, ma perch\u00e9 in qualche modo il terapeuta, oppure il paziente hanno necessit\u00e0 che la terapia prosegua per motivi diversi da quelli della domanda iniziale. Qui si potrebbero fare esempi come i soldi che il paziente porta al terapeuta, l\u2019idealizzazione del paziente del terapeuta ecc\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In queste situazioni, un assunto di base del gruppo che ricordiamo per essere gruppo deve essere composto da almeno tre persone, si \u00e8 impadronito della coppia terapeutica. Sorvolo sui concetti di leader e simili, per non rendere il discorso troppo pesante, ma sarebbe interessante analizzare anche questo, cio\u00e8 su chi diventa il leader in una coppia del genere.<br \/>\nUn secondo problema deontologico, che diviene anche perseguibile, \u00e8 quello dell\u2019accoppiamento. Qui \u00e8 banale dirlo, la coppia che non capisce cosa accade, cerca di unirsi, come direbbe Bion, per far nascere un \u201cmessia\u201d che salvi i due da ci\u00f2 che non capiscono. Non \u00e8 una novit\u00e0 che in alcuni casi ci sia quella che viene definita come \u201cmal pratice\u201d, cio\u00e8 terapeuti che hanno rapporti di altro genere con i propri pazienti. La storia della prima psicoanalisi \u00e8 piena di questi eventi come riporta Mecacci (Mecacci, 2000) nel suo testo. Il problema di gestire il transfert erotico, \u00e8 uno di quelli che mette pi\u00f9 in difficolt\u00e0. Molte volte si cerca di trasformare un rapporto di lavoro che mira utopisticamente a raggiungere una sanit\u00e0, in un rapporto che invece diventa altro, e piomba nella patologia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infine c\u2019\u00e8 il terzo assunto di base e cio\u00e8 quello dell\u2019attacco &#8211; fuga. In questo assunto emergono quelle emozioni che fanno s\u00ec che il terapeuta oppure il paziente, ma anche entrambi, cerchino di sabotare la terapia. Quindi attivino comportamenti che possono far emergere meccanismi difensivi verso tematiche scomode, che per certi versi non devono emergere. In questo caso, si tender\u00e0 a cercare il capro espiatorio di tale situazione, colpevolizzando magari il terapeuta, o magari il paziente, oppure entrambi.<br \/>\nScrive Bion (Bion, 1961):<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;[&#8230;] il capo riconosciuto di un gruppo che si trovi in questo stato mentale \u00e8 quello che pone al gruppo delle richieste che possono essere percepite come occasioni di fuga o di attacco e che viene ignorato qualora le sue richieste non siano di questo tipo. In un gruppo terapeutico l\u2019analista \u00e8 il capo del gruppo di lavoro. L\u2019appoggio emotivo di cui l\u2019analista pu\u00f2 disporre \u00e8 soggetto a fluttuazioni a seconda dell\u2019assunto di base attivo e a seconda che egli agisca in modo adeguato al ruolo che viene richiesto al capo in questi vari stati mentali. Nel gruppo attacco-fuga l\u2019analista scopre che i tentativi di chiarire quello che sta succedendo trovano un serio ostacolo nella facilit\u00e0 con cui viene accordato un appoggio emotivo sia alle proposte che esprimono l\u2019odio per tutte le difficolt\u00e0 psicologiche, sia a quelle che indicano i mezzi per evitarle.&#8221; (Ivi, pp. 162-163)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo pu\u00f2 diventare sintomo di difficolt\u00e0 anche il modo in cui vengono affrontate certe tematiche che apparentemente sono affrontate, ma che poi rimangono cos\u00ec come sono.<br \/>\nDi diverso avviso \u00e8 Lombardo (Lombardo, 2004) il quale nel suo approccio alla psicologia di comunit\u00e0, fa una analisi dei si e dei no di un intervento individuale in una comunit\u00e0 terapeutica. Innanzitutto va sottolineato cosa dice riguardo il tipo di terapia da suggerire ad un paziente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Tutto questo ha importanza quando si deve decidere il tipo di terapia da suggerire ai pazienti. Balint viene in soccorso in questo caso quando asserisce che una buona psicoanalisi guarisce dalla nevrosi (nel nostro caso reimpasta le risposte automatizzate della matrice oggettuale originaria) ma non rende pi\u00f9 maturi (le rappresentazioni negative del S\u00e9, costruite intorno alla matrice negativa condizionano ogni tipo di relazione sociale).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mentre una buona analisi di gruppo certamente rende pi\u00f9 maturi (insegna competenze sociali e modifica le rappresentazioni negative di noi in relazione al gruppo di cui abbiamo bisogno per vivere bene) ma non guarisce dalla nevrosi (non cambia la rappresentazione di noi in relazione ai rapporti intimi significativi individuali).<br \/>\nNella riabilitazione psichiatrica che mira all\u2019integrazione della persona malata e allo sviluppo di competenze di vita in un gruppo sociale, l\u2019approccio di gruppo a nostro avviso \u00e8 da preferire.&#8221; (Ivi, p. 166)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pur se condivido in gran parte quello che viene detto da Lombardo, soprattutto riguardo alle diversit\u00e0 fra i due tipi di tecnica, la mia visione cerca di creare un ponte che miri non solo a rendere meno nevrotici, ma anche un poco pi\u00f9 maturi.<br \/>\nQuesta visione infatti, assomiglia pi\u00f9 a quella gestaltica di Fritz Perls (Perls, Hefferline &amp; Goodman, 1951), il quale suggerisce come la nevrosi secondo lui sia uno stop nel processo di crescita. Nella sua prefazione al testo scrive:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Io adesso credo che la nevrosi sia solo uno dei molti sintomi della stasi nella crescita, e non una malattia.&#8221; (Ivi, p. 24)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Inoltre in uno dei suoi passaggi aggiunge:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Analogamente, la psicologia anormale \u00e8 la scienza che studia le interruzioni, le inibizioni e gli incidenti di altro tipo che si verificano nel corso dell\u2019adattamento creativo. Ad esempio, esamineremo l\u2019angoscia, elemento che pervade la nevrosi, come risultato dell\u2019interruzione dell\u2019eccitazione nella crescita creativa (questo fenomeno si accompagna in genere ad una mancanza di fiato; &#8221; (Ivi, p. 41)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In un certo senso, dal mio punto di vista nella terapia individuale, si pu\u00f2 cercare di responsabilizzare il paziente, nel tentativo che cercando di attivare un processo maturativo, il soggetto possa in qualche modo superare la propria nevrosi, se cos\u00ec si pu\u00f2 definire. Ovviamente questo non \u00e8 un procedimento matematico, e tutto dovr\u00e0 sempre essere rivolto alla risposta della domanda iniziale, per\u00f2 nel mio modo di operare di solito cerco di partire da questa modalit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quindi nella terapia individuale, o come direbbe Bion di coppia, si possono utilizzare tutti quegli strumenti che di solito fanno parte della terapia di gruppo, non tanto perch\u00e9 questi siano migliori o peggiori, ma bens\u00ec perch\u00e9 per qualche verso possono essere considerati un ampliamento ad una visione che si basi su tecniche solo individuali. Nel mio modo di operare comunque, non applico in modo selvaggio tecniche gestaltiche, abbinate a tecniche analitiche, o psicodrammatiche. Solitamente pur mantenendo un atteggiamento silenzioso e di ascolto, in un certo qual modo mantengo dentro di me tutta l\u2019esperienza maturata nei gruppi, e faccio s\u00ec che questo diventi un ulteriore strumento per ascoltare meglio.<\/p>\n<p>Vorrei aggiungere un ulteriore spunto di riflessione che riguarda quella che Goleman (Goleman,2006) chiama intelligenza sociale, che amplia il concetto di intelligenza interpersonale della teoria delle intelligenze multiple di Gardner (Gardner, 1983).<br \/>\nRicordando che Gardner, suggerisce come le intelligenze personali possano essere di due tipi e cio\u00e8 quella interpersonale e quella intrapersonale, riprese poi da Goleman, nei suoi testi sull\u2019intelligenza sociale e su quella emotiva (Goleman, 1995), posso affermare come questi concetti siano molto importanti anche dal punto di vista terapeutico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perch\u00e9, se \u00e8 vero che essi appartengono pi\u00f9 ad un quadro teorico, sembrerebbero dimostrati, come dice lo stesso Goleman, anche dalla ricerca sui neuroni specchio e sulla propensione dell\u2019essere umano ad essere empatico. Non entro nel merito della ricerca e rimando al testo di Rizzolati e Sinigaglia (Rizzolati &amp; Sinigaglia, 2006). E\u2019 senza dubbio stimolante notare come anche a livello teorico le intelligenze sia verso di s\u00e9, che verso l\u2019altro vengono analizzate in modo s\u00ec diviso, ma che parte da un piano comune.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Vedi anche:<\/strong><\/p>\n<p><a title=\"L\u2019apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (1a parte)\" href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=819\">&#8211; L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (1a parte)<\/a><\/p>\n<p><a title=\"L\u2019apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (2a parte)\" href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=855\">&#8211; L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (2a parte)<\/a><\/p>\n<p><a title=\"L\u2019apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (3a parte)\" href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=828\">&#8211; L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (3a parte)<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a title=\"L\u2019apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (4a parte)\" href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=873\">&#8211; L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (4a parte)<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a title=\"L\u2019apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (5a parte)\" href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=831\">&#8211; L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (5a parte)<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><b>Bibliografia.<br \/>\n<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Bion, W.R. (1961). Experiences in Groups and other Papers. Londra: Tavistock Publications, Ltd. [Esperienze nei gruppi (1971). Roma: Armando Editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Bion, W.R. (1962). Learning from Experience. Londra: William Heinemann \u2013 Medical Books, Ltd. [Apprendere dall\u2019esperienza (1972). Roma: Armando Editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Bion, W.R. (1970). Attention and Interpretation. A Scientific Approach to Insight in Psycho-Analysis and Groups. Londra: Tavistock Publications, Ltd. [Attenzione e interpretazione (1973). Roma: Armando Editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Chiari, G., Nuzzo, M.L. (2005). Le basi epistemologiche delle psicoterapie cognitive. In Bruno G. Bara (a cura di), Nuovo manuale di psicoterapia cognitiva. Volume Primo. Teoria. Torino: Bollati Boringhieri Editore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Foresti, G., Vigorelli, M. (2012). Le esperienze \u2013 modello a orientamento psicodinamico. Ripensare i principi organizzativi in una prospettiva storico \u2013 critica. In A. Ferruta, G. Foresti, M. Vigorelli (a cura di), Le comunit\u00e0 terapeutiche. Psicotici, borderline, adolescenti, minori. Milano: Raffaello Cortina Editore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Freud, S. (1921). Massenpsychologie und Ich \u2013 Analyse. [Psicologia delle masse e analisi dell\u2019Io (1975). Torino: Bollati Boringhieri editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Gardner, H. (1983). Frames of mind. The theory of multiple intelligences. New York: Basic Books, Inc. [Formae mentis. Saggio sulla pluralit\u00e0 dell\u2019intelligenze (2002)(13 ed.). Milano: Feltrinelli Editore].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Gasca, G. (2012). Lo psicodramma gruppoanalitico. Milano: Raffaello Cortina Editore<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Goleman, D. (1995). Emotional intelligence. New York: Xoxa Books [Intelligenza emotiva (1996)(2005)(14 ed.). Milano: RCS Libri S.p.A.]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Goleman, D. (2006). Social intelligence the new science of human relationships. New York: Bantam Books [Intelligenza sociale (2006). Milano: RCS Libri S.p.A.]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Grauman, F.C. (1988). Introduzione a una storia della psicologia sociale in J.P. Codol, M. Hewstone, G.M. Stephenson &amp; W. Stroebe, Introduction to social Psychology. A European Perspective. Oxford: Basil Blackwello, Ltd. [Introduzione alla psicologia Sociale (1991). Bologna: Il Mulino]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gruyer, A. (2005). Sette anni di psicoanalisi in C. Meyer Le Livre noir de la psychanalyse. Vivre, penser et aller mieux sans Freud. Parigi: Editions Des Ar\u00e8nes. [Il libro nero della psicoanalisi (2006). Roma: Fazi Editore srl]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Levi Montalcini, R. (1988). Elogio dell\u2019imperfezione. Milano: Garzanti Editore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Lombardo, A. (2004)(2007)(2 ed.). La comunit\u00e0 psicoteraputica, cultura, strumenti, tecnica. Seconda edizione aggiornata. Milano: Franco Angeli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Maslach, C. (1982). Burnout. The cost of caring. New York: Prentice Hall Press, Inc. [La sindrome del burnout il prezzo dell\u2019aiuto agli altri (1997)(2 ed.). Assisi: Cittadella Editrice].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Milgram, S. (1974). Obedience to Authority. New York: HarperCollins Publishers Inc. [Obbedienza all\u2019autorit\u00e0. Uno sguardo sperimentale. (2003). Torino: Giulio Einaudi editore s.p.a.]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Mecacci, L. (2000). Il caso Marilyn M. e altri disastri della psicoanalisi. Roma: Gius. Laterza &amp; Figli Spa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Perls, F., Hefferline, R.F. &amp; Goodman (1951). Gestalt Therapy. Excitement and Growth in the Human Personality. New York: The Julian Press [La terapia della Gestalt. Vitalit\u00e0 e accrescimento nella personalit\u00e0 umana (2 ed.)(1997). Roma: Casa Editrice Astrolabio \u2013 Ubaldini Editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Rizzolati, G., Sinigaglia, C. (2006). So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Milano: Raffaello Cortina Editore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Ugazio, V. (1998). Storie permesse. Storie proibite. Polarit\u00e0 semantiche familiari e psicopatologie. Torino: Bollati Boringhieri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Watzlawick, P., J. H. Beavin &amp; D. D. Jackson (1967). Pragmatics of human communication. A study of interactional patterns, pathologies, and paradoxes. New York: W. W. Norton &amp; Co., Inc. [Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi (1971). Roma: Casa Editrice Astrolabio \u2013 Ubaldini Editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Zerbetto, R. (1998). La Gestalt. Terapia della consapevolezza. Milano: Xenia Edizione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Autore: Dott. Nicola Gentile Come accennato uno degli obiettivi di questo scritto \u00e8 quello di fare un confronto teorico fra modelli diversi, ed in particolare tra quello gruppoanalitico, e quello sistemico. Di seguito verr\u00e0 fatta un\u2019esposizione che oltre a questi &hellip; <a href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=828\">Continue reading <span class=\"meta-nav\">&rarr;<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":3,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[6],"tags":[],"class_list":["post-828","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-recensioni"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/828","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=828"}],"version-history":[{"count":24,"href":"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/828\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":999,"href":"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/828\/revisions\/999"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=828"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=828"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=828"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}