{"id":831,"date":"2015-04-21T23:04:14","date_gmt":"2015-04-21T21:04:14","guid":{"rendered":"http:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=831"},"modified":"2015-04-22T00:50:05","modified_gmt":"2015-04-21T22:50:05","slug":"lapporto-di-bion-alla-psicologia-di-comunita-5a-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=831","title":{"rendered":"L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (5a parte)"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Autore: <a href=\"http:\/\/www.gentile.altervista.org\" target=\"_blank\"><strong>Dott. Nicola Gentile<\/strong><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In tutte le precedenti parti si \u00e8 sotteso un aspetto abbastanza importante, cio\u00e8 chi \u00e8 che cura in terapia? Ma soprattutto cosa vuol dire cura? Nella mia visione io \u201cnon curo\u201d in terapia, ma bens\u00ec applico una metodica che in alcune circostanze pu\u00f2 portare ad un cambiamento. Questo concetto, infatti dal mio punto di vista \u00e8 molto importante. Il non fare niente che in fondo \u00e8 anche fare qualcosa, dal mio punto di vista diventa il non curare che forse pu\u00f2 anche essere curativo. E\u2019 la famosa possibilit\u00e0 in pi\u00f9 che un terapeuta si d\u00e0. Molte volte rispetto a delle metodiche che si prefiggono lo scopo di essere pi\u00f9 o meno terapeutiche ecc&#8230; io tendo ad avere qualche dubbio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/cielo.jpg\" rel=\"lightbox[831]\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-993\" src=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/cielo-300x236.jpg\" alt=\"cielo\" width=\"300\" height=\"236\" srcset=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/cielo-300x236.jpg 300w, https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/cielo.jpg 573w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>La mia idea, che sicuramente fa riferimento a pi\u00f9 autori che ho letto, ma che non saprei dire da chi ho preso, \u00e8 che il corpo si cura sempre da s\u00e9. Il medico, e nel mio caso il terapeuta, applica solo una tecnica che per quanto perfetta, va ad interagire con un corpo che a sua volta decide se rispondere o no. Come dire \u00e8 il corpo che si cura, non la metodica che adotto. Ovviamente questa visione estrema, io la riferisco a quello che chiamo \u201cdelirio di impotenza\u201d, contrapposto al classico \u201cdelirio di onnipotenza\u201d del medico. Analizzando il concetto di cura infatti si potrebbe rovesciare la cosa, dicendo che in realt\u00e0 il medico, prendendosi \u201ccura\u201d di un corpo, cura, quindi fa qualcosa che senza il suo intervento non sarebbe possibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E quindi torniamo al punto di partenza. Chi \u00e8 che cura?<br \/>\nDa un certo punto di vista questa contrapposizione tra due aree deliranti, potrebbe ricordare la classica visione di M. Klein tra una posizione schizo &#8211; paranoide ed una depressiva.<br \/>\nBion (Bion, 1970) riguardo a tale argomento spiega come:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Il parallelo con la medicina \u00e8 stato ed \u00e8 ancora utile. Ma, via via che la psicoanalisi cresceva, diveniva evidente che essa differiva dalla medicina, fino a che la distanza tra le due ha cessato di essere ovvia ed \u00e8 diventata invalicabile.&#8221; (Ivi, p. 13)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ed aggiunge:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;In medicina pu\u00f2 darsi il caso che il paziente abbia un dolore al petto e perci\u00f2 vada dal dottore al quale spiegher\u00e0 la natura e la storia della propria sofferenza e dal quale potr\u00e0 ricevere il consiglio di sottoporsi ad ulteriori esami, ad esempio ai raggi X o ad esami microscopici, o di sottoporsi a determinate forme di cura. [&#8230;]<br \/>\nIl medico e lo psicoanalista si rassomigliano nel ritenere che la malattia debba essere riconosciuta dal medico; ma in psicoanalisi questo riconoscimento deve avvenire anche ad opera del sofferente.&#8221; (Ivi, pp. 13-14)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/terapia.jpg\" rel=\"lightbox[831]\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-992\" src=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/terapia-300x169.jpg\" alt=\"terapia\" width=\"308\" height=\"173\" srcset=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/terapia-300x169.jpg 300w, https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/terapia-600x337.jpg 600w, https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/terapia.jpg 1300w\" sizes=\"auto, (max-width: 308px) 100vw, 308px\" \/><\/a>Pi\u00f9 o meno questa idea \u00e8 diventata mia, e l\u2019ho esposta in tutte le precedenti parti. Inoltre come si pu\u00f2 capire da quello che ho scritto, difficilmente cerco di confrontare singole tecniche terapeutiche fra diversi approcci, perch\u00e9 dal mio punto di vista, \u00e8 impossibile estrapolare una tecnica dal suo contesto teorico. In questo sono poco integrato. Ritengo per\u00f2 che l\u2019essere a conoscenza di pi\u00f9 tecniche, mi dia la possibilit\u00e0 di non sentirmi in imbarazzo di fronte a situazioni che vengono affrontate in modo diverso a seconda dell\u2019approccio. Anche perch\u00e9 come ho spiegato per me le diversit\u00e0 tra le varie metodiche si possono avere solo ad un livello superficiale di conoscenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Molte volte mi \u00e8 capitato di leggere critiche ad un approccio, oppure ad un altro, ma se si analizzano le critiche ci si rende conto che in realt\u00e0 la metodica eseguita, non era corretta. Il classico \u00e8 quello dello psicoanalista che esegue una tecnica in modo errato anche per la psicoanalisi, ma che per\u00f2 viene letta da un altro esponente teorico come poco produttiva perch\u00e9 appartenente alla psicoanalisi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il caso che ho in mente \u00e8 quello riportato da Annie Gruyer (2005), la quale dopo sette anni di psicoanalisi ha trovato giovamento per un suo sintomo solo con una terapia cognitivo &#8211; comportamentale. Non riporto il caso perch\u00e9 sarebbe troppo lungo, ma leggendo la diversit\u00e0 tra i due approcci, ci si rende conto che la psicoanalista, che aveva fatto l\u2019analisi, si era persa in mirabolanti interpretazioni, che molto probabilmente giocavano pi\u00f9 sul suo narcisismo che non sui bisogni sintomatici della paziente. Il terapeuta cognitivo \u2013 comportamentale, non aveva fatto \u201cniente\u201d di tutto ci\u00f2, lavorando semplicemente sul sintomo. Leggendo il caso ci si rende conto che la richiesta fatta dalla paziente era di essere aiutata ad assumersi la responsabilit\u00e0 di abbandonare il sintomo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella seconda terapia questa cosa era avvenuta, non tanto forse per la tecnica che aveva lavorato solo sul sintomo, ma molto probabilmente per il clima rassicurante che si era creato. Come dire le tecniche contano, ma contano meno di quello che si possa pensare. In questo caso, penso che anche uno psicoanalista si sarebbe reso conto dell\u2019intervento errato, anche per un approccio pi\u00f9 analitico. Oppure si potrebbe obiettare che l\u2019intervento analitico era andato talmente bene, che il successivo intervento comportamentale, aveva solo proseguito nel percorso. Ed anche che la paziente che era cresciuta in et\u00e0 rispetto al primo intervento aveva maggiore propensione al cambiamento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ed infine guardare al rapporto che si era instaurato fra paziente e terapeuta nei due casi. Quindi quanto contano le tecniche?<br \/>\nSi potr\u00e0 notare il pericolo dell\u2019addentrarsi nelle singole tecniche teoriche in quanto, come ci si avvicina ad una tecnica si incomincia ad usare anche quei termini come \u201cerrato\u201d e \u201cnon corretto\u201d.<br \/>\nSe rimaniamo nel tema delle tecniche posso dire che non ritengo che in terapia vi sia qualcosa di \u201cgiusto\u201d, ma bens\u00ec che il terapeuta, debba fare qualcosa che conosce, senza avventurarsi in mirabolanti interventi alla \u201cPremio Nobel\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019aspetto creativo, infatti, per me deve partire dalla conoscenza, e non da interventi \u201cnaif\u201d, che si basano su non conoscenza. Solitamente, per qualche assurda ragione si pensa che la creativit\u00e0 non derivi dalla conoscenza, eppure se si pensa a campi diversi dalla psicologia, ci si rende conto che i grandi creativi e gli innovatori conoscevano talmente bene la loro materia, da poter aggiungere un pezzo che fino ad allora non era conosciuto.<br \/>\nPerch\u00e9 se \u00e8 vero che in terapia non si pu\u00f2, e neanche si pretende di sapere tutto, sarebbe buona regola ed anche educazione cercare di sapere abbastanza. Questo potrebbe apparire in contrasto con un altro principio che \u00e8 quello dell\u2019assenza di memoria e di desideri, ma dal mio punto di vista la conoscenza deve servire per fare un ascolto attento, non per modificare le proprie \u201cintuizioni\u201d. Lo stesso Bion (Bion, 1962) nel suo testo descrive uno griglia, che per\u00f2 deve facilitare la ginnastica mentale e preparare al contatto con il paziente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">D\u2019altronde \u00e8 una mia idea e va contro il principio per cui tutto questo \u00e8 illusorio, in quanto lo stare in terapia, cio\u00e8 l\u2019esserci \u00e8 gi\u00e0 qualcosa che funziona. Un po\u2019 come il gruppo che non comincia mai, ma si osservano dei fenomeni e delle attivit\u00e0 che continuano e si evolvono ma \u201cnon cominciano\u201d. Detto ci\u00f2 ritorno alla idea iniziale, del perch\u00e9 sia interessante la prospettiva di non fare niente, che comunque \u00e8 gi\u00e0 fare qualcosa.<br \/>\nQuesto in fondo \u00e8 ci\u00f2 che pi\u00f9 mi ha affascinato nell\u2019approccio di Bion, che poi ho ritrovato anche nella metodica comunitaria. E in tutte le precedenti parti ho cercato di riassumere, confrontandolo anche con altre tecniche terapeutiche come l\u2019approccio sistemico, o quello gestaltico. Come ho gi\u00e0 accennato, non \u00e8 stata mia intenzione confrontare le tecniche, ma osservare come tutte abbiano un punto d&#8217;arrivo comune.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vorrei aggiungere un\u2019ulteriore considerazione. In tutti i testi che ho utilizzato per scrivere questo elaborato, ho trovato citazioni riguardo al bisogno di supervisioni, per far s\u00ec che la terapia individuale, o di coppia intesa alla Bion, in alcuni casi proceda meglio. Di solito tale bisogno emerge quando il terapeuta preso dal turbinio emotivo, tende a fare qualche agito, o comunque perde di vista la domanda iniziale. Tutti gli autori a questo punto parlano dell\u2019importanza del gruppo rispetto alla terapia individuale, ponendo quindi la supervisione come modello terapeutico in cui per certi versi ci si richiama al gruppo, e quindi mettendo questa soluzione come migliore in situazioni pi\u00f9 gravi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo punto secondo me \u00e8 molto interessante perch\u00e9 pone l\u2019accento su come anche la terapia individuale, in alcuni casi possa essere considerata di gruppo. Come ho avuto modo di accennare in precedenza, dal mio punto di vista, i due modelli in realt\u00e0 non sono molto distanti ed in molti aspetti sono sovrapposti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In conclusione, Bion con i suoi colleghi, hanno aperto una strada, usando un linguaggio che pu\u00f2 essere facilitante per alcuni, e scomodo per altri. A sua volta la tecnica comunitaria, pu\u00f2 avere sia aspetti positivi che negativi. Come ho sempre detto in comunit\u00e0:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Vi viene messa a disposizione questa struttura sia in senso materiale che non, che voi potete utilizzare oppure no. E\u2019 una vostra libera scelta.&#8221;<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/LEVI-MONTALCINI.jpg\" rel=\"lightbox[831]\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-990 size-medium\" src=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/LEVI-MONTALCINI-300x209.jpg\" alt=\"LEVI-MONTALCINI\" width=\"300\" height=\"209\" srcset=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/LEVI-MONTALCINI-300x209.jpg 300w, https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/LEVI-MONTALCINI.jpg 400w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa cosa, io la applico anche in terapia di \u201ccoppia\u201d, individuale. A conclusione di questo testo posso solo dire che ognuno pu\u00f2 prendere da quello che ho scritto quello che pi\u00f9 gli fa comodo oppure rifiutare tutto, ed anche in questo caso \u00e8 una \u201clibera scelta\u201d.<br \/>\nInoltre aggiungo una frase di Rita Levi Montalcini (Levi Montalcini, 1988) che nel suo testo scrive:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Il fatto che l\u2019attivit\u00e0 svolta in modo cos\u00ec imperfetto sia stata e sia tuttora per me fonte inesauribile di gioia, mi fa ritenere che l\u2019imperfezione nell\u2019eseguire il compito che ci siamo prefissi o ci \u00e8 stato assegnato, sia pi\u00f9 consona alla natura umana cos\u00ec imperfetta che non la perfezione.&#8221; (Ivi, pp. 13-14)<\/p>\n<p>\u00a0<strong>Vedi anche:<\/strong><\/p>\n<p><a title=\"L\u2019apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (1a parte)\" href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=819\">&#8211; L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (1a parte)<\/a><\/p>\n<p><a title=\"L\u2019apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (2a parte)\" href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=855\">&#8211; L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (2a parte)<\/a><\/p>\n<p><a title=\"L\u2019apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (3a parte)\" href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=828\">&#8211; L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (3a parte)<\/a><\/p>\n<p><a title=\"L\u2019apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (4a parte)\" href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=873\">&#8211; L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (4a parte)<\/a><\/p>\n<p><a title=\"L\u2019apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (5a parte)\" href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=831\">&#8211; L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (5a parte)<\/a><\/p>\n<p><b>Bibliografia.<br \/>\n<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Bion, W.R. (1961). Experiences in Groups and other Papers. Londra: Tavistock Publications, Ltd. [Esperienze nei gruppi (1971). Roma: Armando Editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Bion, W.R. (1962). Learning from Experience. Londra: William Heinemann \u2013 Medical Books, Ltd. [Apprendere dall\u2019esperienza (1972). Roma: Armando Editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Bion, W.R. (1970). Attention and Interpretation. A Scientific Approach to Insight in Psycho-Analysis and Groups. Londra: Tavistock Publications, Ltd. [Attenzione e interpretazione (1973). Roma: Armando Editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Chiari, G., Nuzzo, M.L. (2005). Le basi epistemologiche delle psicoterapie cognitive. In Bruno G. Bara (a cura di), Nuovo manuale di psicoterapia cognitiva. Volume Primo. Teoria. Torino: Bollati Boringhieri Editore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Foresti, G., Vigorelli, M. (2012). Le esperienze \u2013 modello a orientamento psicodinamico. Ripensare i principi organizzativi in una prospettiva storico \u2013 critica. In A. Ferruta, G. Foresti, M. Vigorelli (a cura di), Le comunit\u00e0 terapeutiche. Psicotici, borderline, adolescenti, minori. Milano: Raffaello Cortina Editore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Freud, S. (1921). Massenpsychologie und Ich \u2013 Analyse. [Psicologia delle masse e analisi dell\u2019Io (1975). Torino: Bollati Boringhieri editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Gardner, H. (1983). Frames of mind. The theory of multiple intelligences. New York: Basic Books, Inc. [Formae mentis. Saggio sulla pluralit\u00e0 dell\u2019intelligenze (2002)(13 ed.). Milano: Feltrinelli Editore].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Gasca, G. (2012). Lo psicodramma gruppoanalitico. Milano: Raffaello Cortina Editore<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Goleman, D. (1995). Emotional intelligence. New York: Xoxa Books [Intelligenza emotiva (1996)(2005)(14 ed.). Milano: RCS Libri S.p.A.]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Goleman, D. (2006). Social intelligence the new science of human relationships. New York: Bantam Books [Intelligenza sociale (2006). Milano: RCS Libri S.p.A.]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Grauman, F.C. (1988). Introduzione a una storia della psicologia sociale in J.P. Codol, M. Hewstone, G.M. Stephenson &amp; W. Stroebe, Introduction to social Psychology. A European Perspective. Oxford: Basil Blackwello, Ltd. [Introduzione alla psicologia Sociale (1991). Bologna: Il Mulino]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gruyer, A. (2005). Sette anni di psicoanalisi in C. Meyer Le Livre noir de la psychanalyse. Vivre, penser et aller mieux sans Freud. Parigi: Editions Des Ar\u00e8nes. [Il libro nero della psicoanalisi (2006). Roma: Fazi Editore srl]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Levi Montalcini, R. (1988). Elogio dell\u2019imperfezione. Milano: Garzanti Editore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Lombardo, A. (2004)(2007)(2 ed.). La comunit\u00e0 psicoteraputica, cultura, strumenti, tecnica. Seconda edizione aggiornata. Milano: Franco Angeli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Maslach, C. (1982). Burnout. The cost of caring. New York: Prentice Hall Press, Inc. [La sindrome del burnout il prezzo dell\u2019aiuto agli altri (1997)(2 ed.). Assisi: Cittadella Editrice].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Milgram, S. (1974). Obedience to Authority. New York: HarperCollins Publishers Inc. [Obbedienza all\u2019autorit\u00e0. Uno sguardo sperimentale. (2003). Torino: Giulio Einaudi editore s.p.a.]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Mecacci, L. (2000). Il caso Marilyn M. e altri disastri della psicoanalisi. Roma: Gius. Laterza &amp; Figli Spa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Perls, F., Hefferline, R.F. &amp; Goodman (1951). Gestalt Therapy. Excitement and Growth in the Human Personality. New York: The Julian Press [La terapia della Gestalt. Vitalit\u00e0 e accrescimento nella personalit\u00e0 umana (2 ed.)(1997). Roma: Casa Editrice Astrolabio \u2013 Ubaldini Editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Rizzolati, G., Sinigaglia, C. (2006). So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Milano: Raffaello Cortina Editore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Ugazio, V. (1998). Storie permesse. Storie proibite. Polarit\u00e0 semantiche familiari e psicopatologie. Torino: Bollati Boringhieri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Watzlawick, P., J. H. Beavin &amp; D. D. Jackson (1967). Pragmatics of human communication. A study of interactional patterns, pathologies, and paradoxes. New York: W. W. Norton &amp; Co., Inc. [Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi (1971). Roma: Casa Editrice Astrolabio \u2013 Ubaldini Editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Zerbetto, R. (1998). La Gestalt. Terapia della consapevolezza. Milano: Xenia Edizione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Autore: Dott. Nicola Gentile In tutte le precedenti parti si \u00e8 sotteso un aspetto abbastanza importante, cio\u00e8 chi \u00e8 che cura in terapia? Ma soprattutto cosa vuol dire cura? 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