{"id":873,"date":"2015-04-07T20:32:21","date_gmt":"2015-04-07T18:32:21","guid":{"rendered":"http:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=873"},"modified":"2023-06-23T13:52:34","modified_gmt":"2023-06-23T11:52:34","slug":"lapporto-di-bion-alla-psicologia-di-comunita-4a-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=873","title":{"rendered":"L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (4a parte)"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Autore: <a href=\"http:\/\/www.gentile.altervista.org\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>Dott. Nicola Gentile<\/strong><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Durante la mia specializzazione in psicoterapia ho avuto modo a pi\u00f9 riprese di confrontarmi con l&#8217;approccio terapeutico di comunit\u00e0.<br \/>\nTale modalit\u00e0 di svolgere terapia con pazienti anche con gravi diagnosi psicopatologiche ha creato in me molta curiosit\u00e0, soprattutto per quel che riguarda le origini e poi le possibili ripercussioni di tale mezzo nella psicoterapia individuale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una delle difficolt\u00e0 che ho maggiormente incontrato come aspirante terapeuta, all&#8217;interno delle comunit\u00e0 in cui ho lavorato, \u00e8 quella dell&#8217;incontro con un terapeuta che non ero io, ma bens\u00ec la struttura che mi ospitava. Come ho imparato a dire quasi da subito: \u201cNon sono io il terapeuta, ma \u00e8 la comunit\u00e0 che \u00e8 terapeutica\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa piccola banale distinzione, ho trovato che sia uno dei problemi che maggiormente attanaglia e rende difficile il lavoro nelle comunit\u00e0 da parte sia degli operatori che degli utenti, facendo incorrere chi opera in questo settore in una vera e propria patologia studiata dalla Maslach (1982) denominata \u201cSindrome di Burnout\u201d. Per far capire meglio questo concetto cito uno dei direttori che ho avuto il piacere di conoscere, il quale parlava sempre di \u201cBattitori liberi\u201d. Come dice la stessa autrice, la difficolt\u00e0 di chi opera nel sociale di rimanere equidistante, cio\u00e8 di non essere troppo coinvolto, ma di non essere neanche troppo distaccato, pu\u00f2 essere causa di esaurimento emotivo e molto disabilitante sia dal punto di vista lavorativo che esistenziale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Superate queste difficolt\u00e0, si possono attingere da questo approccio molti utili consigli che il \u201cgrande\u201d terapeuta, pu\u00f2 dare anche a chi come noi si appresta a fare questo lavoro da solo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Un&#8217;esperienza diretta<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questi anni, come accennato, ho avuto la possibilit\u00e0 di confrontarmi con l\u2019approccio di comunit\u00e0 in due situazioni.<br \/>\nLa prima come tirocinante specializzando in psicoterapia, in una comunit\u00e0 terapeutica per persone con diagnosi con disturbo da uso di sostanze per un periodo di circa otto mesi. Nella seconda occasione, ho trovato lavoro come operatore, per un periodo estivo di circa quattro mesi in una comunit\u00e0 in doppia diagnosi. In entrambe le situazioni ho dovuto affrontare delle problematiche legate al ruolo che ricoprivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/paura-solitudine.jpg\" rel=\"lightbox[873]\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-972 size-medium\" src=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/paura-solitudine-300x199.jpg\" alt=\"paura-solitudine\" width=\"300\" height=\"199\" srcset=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/paura-solitudine-300x199.jpg 300w, https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/paura-solitudine.jpg 500w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Nella mia esperienza come operatore in comunit\u00e0, sicuramente ho avuto molte difficolt\u00e0, legate soprattutto al ruolo attivo che un operatore deve avere. Detto questo comunque sono riuscito sempre a distanziarmi da questa figura \u201ctuttofare\u201d, con una espressione semplice, in cui sostenevo sempre &lt;&lt;l\u2019operatore in comunit\u00e0 conta quanto una seggiola, fa parte dell\u2019arredo&gt;&gt;. Qualcuno potrebbe storcere il naso, pensando ad una posizione estremamente passiva, ma come detto il ruolo attivo che rivestivo dal mio punto di vista poteva essere riequilibrato solo mettendo al centro dell\u2019attenzione gli utenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In entrambe le situazioni, comunque, mi sono trovato in una posizione diversa da quella di terapeuta, e soprattutto in una posizione di autorit\u00e0, o quasi, visto che nel primo caso, mi era stato indicato di riferire se vedevo qualcosa che non mi tornava agli operatori. Questo in principio, soprattutto nella prima situazione, mi ha fatto venire alla mente il famoso esperimento di Stanley Milgram (Milgram, 1974), sull\u2019obbedienza all\u2019autorit\u00e0, e soprattutto l\u2019episodio dell\u2019infermiera, la quale somministra tutte le scosse fino in fondo, perch\u00e9 \u00e8 abituata ad obbedire al medico. In questo caso, mi sono trovato in conflitto tra l\u2019essere un rigido guardiano oppure un semplice osservatore passivo. L\u2019esperimento che forse assomiglia di pi\u00f9 a quello che sto esprimendo \u00e8 quello di Philip Zimbardo, riportato dallo stesso autore nell\u2019introduzione al testo della Maslach (Maslach, 1982), sul finto carcere a Stanford, nel quale persone sane prese a caso diventarono realmente carcerieri oppure carcerati, soltanto per il ruolo che ricoprivano. E\u2019 indubbio che come operatore dovessi avere il ruolo \u201ccontenitivo\u201d, che mi veniva richiesto, ma fino a che punto?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ovviamente gran parte delle difficolt\u00e0 non sono legate al rapporto con gli utenti, che per ovvi motivi, difficilmente hanno comportamenti che potrebbero minare la loro permanenza in strutture che molte volte li sfamano o gli danno un tetto. Contrariamente a quello che prevede un approccio comunitario, infatti, molte persone si rivolgono a queste strutture pi\u00f9 per un problema assistenziale che terapeutico propriamente detto.<br \/>\nUna grossa difficolt\u00e0 per esempio \u00e8 rappresentata dall\u2019imparare le storie di molte persone, continuamente. In modo ossessivo, tutti i giorni si aggiunge un tassello alla storia di ognuno degli utenti della comunit\u00e0, per cui ad un certo punto ci si trova a vivere la vita degli altri. Questa semplice ripetizione, porta a voler fare qualcosa per modificare vite che conosciamo a memoria, perdendo di vista l\u2019obiettivo della comunit\u00e0 di non fare niente. La frase citata da me all\u2019inizio sul fatto che \u00e8 la comunit\u00e0 che \u00e8 terapeutica, cos\u00ec come quella citata poco fa, sul contare quanto una seggiola, mi servivano come difesa, anche da me, sul desiderio di fare qualcosa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo argomento \u00e8 in netto contrasto con la mentalit\u00e0 della comunit\u00e0, o meglio con le mentalit\u00e0 che girano nelle comunit\u00e0, in cui molte volte a lavoro ci sono educatori, che hanno una formazione diversa da chi ha studiato psicologia. Quindi si creano i partiti degli operatori, quelli con formazione psicologica, quelli con studi in campo educativo, ed infine, gli ex-utenti. Ognuno tira per un atteggiamento, portando a quella situazione da \u201cbattitore libero\u201d accennata in precedenza. Dal mio punto di vista comunque ho anche imparato tanto, proprio perch\u00e9 lavorando a stretto contatto con persone di formazione diversa dalla mia, mi sono potuto interrogare costantemente sul modo che avevo di stare in comunit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per le ragioni spiegate in precedenza sul problema dei ruoli, posso aggiungere che per circostanze che solo chi vive in comunit\u00e0 conosce, il dover prendere decisioni, nelle famose riunioni, o il dover far rispettare delle regole, che erano state prese a fini terapeutici, mette continuamente in crisi. Io per mio conto, ho sempre cercato di farmi chiarezza sulle regole che di volta in volta venivano concordate, e per quanto possibile di farle rispettare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Volendo tornare sugli aspetti teorici, non sono molto in accordo con Lombardo (Lombardo, 2004), quando nel suo testo cerca di spiegare come dovrebbe essere, o cosa dovrebbe fare un operatore in comunit\u00e0. Non tanto per come pone gli argomenti, che sicuramente condivido, ma perch\u00e9 ad un certo punto, ci\u00f2 che pare importante \u00e8 quello che fa un operatore, e l\u2019atteggiamento che ha. Dal mio punto di vista, il ruolo centrale lo ha sempre l\u2019utente, il quale decide se utilizzare lo strumento che gli viene messo a disposizione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Durante tutto il mio scritto, come gi\u00e0 detto, emerge una posizione passiva, sia in ambito terapeutico, che comunitario. Non spiego il perch\u00e9 di questa scelta, non tanto perch\u00e9 vi sia una difficolt\u00e0 teorica, ma perch\u00e9 fa parte di me. Di fatto, io ho sempre condiviso quella visione che \u201cper forza non si fa niente\u201d. Quindi dal mio punto di vista cerco sempre di far s\u00ec che le persone decidano da loro cosa vogliono fare, compreso in una comunit\u00e0, dove tranne tenere per le regole, se una persona decide che non vuole curarsi, non c\u2019\u00e8 atteggiamento che regga.<br \/>\nCome ho sempre detto, la mia responsabilit\u00e0 finisce con le mansioni che \u201cda contratto\u201d devo fare. Il resto ce lo devono mettere gli utenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lombardo, effettivamente, spiega i perch\u00e9 un operatore decida di fare l\u2019operatore, oppure di lavorare in un determinato ambito, cos\u00ec come critica alcuni interventi definiti alla \u201cpremio Nobel\u201d, modo in cui li aveva chiamati Tom Main a suo tempo.<br \/>\nInfine, uno degli aspetti che pi\u00f9 mi divide da Lombardo \u00e8 la visione della noia. Questo importante sentimento, dal mio punto di vista, \u00e8 uno dei cardini, della vita di comunit\u00e0. Secondo l\u2019autore, questo sentimento pu\u00f2 essere espressione di aggressivit\u00e0 passiva:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;ovvero di una forma di distruttivit\u00e0 che passa dall\u2019annichilimento dello sforzo comune. [\u2026] La risposta migliore, in questi casi, si trover\u00e0 nel rafforzamento della coesione del gruppo e nel senso di fiducia rinnovata soprattutto dall\u2019ascolto empatico e dalla tolleranza.&#8221; (Ivi, p. 212)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/prato.png\" rel=\"lightbox[873]\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-1377\" src=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/prato-300x300.png\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/prato-300x300.png 300w, https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/prato-150x150.png 150w, https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/prato.png 409w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Dal mio punto di vista, la noia, \u00e8 un sentimento impossibile da contrastare, anzi per certi versi la capacit\u00e0 di stare dentro un emozione negativa, come questa, pu\u00f2 essere di giovamento anche quando si esce dalla comunit\u00e0. Di solito, soprattutto nei disturbi da uso di sostanze, si tende a fare uso di droghe e derivati, proprio quando tornati alla vita di tutti i giorni, si incomincia a provare noia. Come dire appena si affrontano le emozioni ed i sentimenti che la vita ci propone, si usa un \u201cpalliativo\u201d, quello che in terapia, potremmo chiamare il sintomo, per risolvere questo conflitto interno. Lombardo, in questo pare che cerchi di trovare quell\u2019atteggiamento \u201cpositivo\u201d che non \u00e8 detto che in fondo sia salutare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quindi in estremit\u00e0 si rimane come al solito con molte domande e poche risposte, su cosa funziona e cosa no, ma questo penso sia uno degli aspetti che pi\u00f9 affascinano del mondo della terapia.<br \/>\nL\u2019autore dal canto suo sostiene che per considerare un\u2019istituzione che funziona dovremmo stare in una posizione depressiva. Infatti scrive:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Qui, per finire il discorso, anticipiamo solo che un\u2019organizzazione che funziona \u00e8 in posizione depressiva: ovvero \u00e8 consapevole delle ansie interne al sistema occupato in un compito (le ansie di riuscire bene) e di quelle esterne che possono minacciare l\u2019esistenza dell\u2019istituzione (se il prodotto del lavoro non dovesse soddisfare).&#8221; (Ivi, p. 229)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Su questo punto, entro in un concetto, che per chi studia psicoterapia \u00e8 normale, ma che nell\u2019immaginario comune assume un idea completamente opposta. Nel disturbo da uso di sostanze, solitamente si pensa che la sostanza sia il \u201cmale\u201d, o comunque un qualcosa di \u201criprovevole\u201d da considerare in modo negativo. Questa falsa credenza in realt\u00e0 non tiene conto del fatto che qualsiasi sostanza, in realt\u00e0, non \u00e8 altro che il \u201cpiacere\u201d estremo. Altri teorici parlerebbero del \u201cluogo del godimento\u201d, cos\u00ec come si potrebbe dire del sintomo in terapia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lavorando con le dipendenze, si \u00e8 a contatto con cosa significa cercare di rinunciare a qualcosa che ci procura enorme godimento. La posizione depressiva, quindi pu\u00f2 anche essere auspicabile, non tanto perch\u00e9 sia salutare, ma perch\u00e9 rappresenta un modo di intendere il fatto che, per certi versi, si deve rinunciare ad un piacere, o comunque come ho sempre pensato, ritornare ad averne un po\u2019 pi\u00f9 di \u201cpaura\u201d, per quanto impossibile.<br \/>\nUn ultimo punto secondo me molto importante \u00e8 quello delle figure carismatiche che stanno dietro alcune comunit\u00e0 terapeutiche. Come gi\u00e0 detto parlando di Maxwell Jones e dell\u2019Henderson Hospital, molte comunit\u00e0 sono state fondate da personaggi carismatici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/booklovers13.jpg\" rel=\"lightbox[873]\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" size-medium wp-image-975 alignright\" src=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/booklovers13-300x188.jpg\" alt=\"libro\" width=\"300\" height=\"188\" srcset=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/booklovers13-300x188.jpg 300w, https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/booklovers13-600x375.jpg 600w, https:\/\/www.psicologicalmente.org\/wp-content\/uploads\/2015\/02\/booklovers13.jpg 1920w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Nella mia esperienza in due comunit\u00e0 legate al C.e.I.S. (Centri di Solidariet\u00e0), ho potuto osservare come in entrambi i casi le due comunit\u00e0 fossero state fondate da due persone con un grande carisma. Da una suora nel primo caso, da un prete nel secondo. Questa modalit\u00e0 ovviamente \u00e8 pi\u00f9 vicina a quella della visione cattolica, senza entrare nel merito dell\u2019esperienza di don Picchi e di quello che sta alla base del \u201cProgetto Uomo\u201d. In alcuni casi accomuna anche esperienze pi\u00f9 laiche ecc&#8230;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una cosa interessante e su cui mi soffermer\u00f2 poco perch\u00e9 questo meriterebbe uno studio pi\u00f9 approfondito, \u00e8 che queste strutture in gran parte nascono dall\u2019idea di una persona, appunto carismatica, argomento che ho in parte affrontato nel parte dedicata ai paradossi.<br \/>\nQuesto punto mi sembra interessante anche nella prospettiva di quello che dice Bion sull\u2019assunto di base della dipendenza in relazione con alcune istituzioni, vedi la Chiesa.<br \/>\nIn ci\u00f2 che ho potuto osservare queste figure avevano un gran peso nelle decisioni e nelle filosofie della comunit\u00e0, ed anche se poco presenti rimanevano per le persone come figure importanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infine, come si pu\u00f2 notare ho parlato della comunit\u00e0 in termini di disturbo da uso di sostanze, non tanto perch\u00e9 ritengo che le comunit\u00e0 si debbano occupare solo di questo tipo di disturbi, ma perch\u00e9 la mia esperienza \u00e8 legata a questo. Nelle fonti che ho citato si parla in realt\u00e0 della comunit\u00e0 intesa come tecnica di cura per molti tipi di patologie, e rimando ai testi per una disamina pi\u00f9 specifica. Lombardo (Lombardo, 2004) fra l\u2019altro nel suo libro quando parla della ricerca e della visibilit\u00e0 che le comunit\u00e0 cercano di avere anche con l\u2019ausilio di un\u2019associazione internazionale (vedi ATC) si lamenta specificando come:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Nonostante ci\u00f2 le comunit\u00e0 terapeutiche psichiatriche continuano a rimanere fuori dai motori di ricerca di materiale scientifico per la psichiatria, essendo il loro nome associato al recupero delle tossicodipendenze&#8221; (Ivi, pp. 313-314)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ed effettivamente quando si pensa alle comunit\u00e0 terapeutiche si pensa subito alle esperienze fatte con i disturbi legati alle sostanze e difficilmente si pensa ad altre situazioni che fra l\u2019altro sono previste dalla famosa legge stralcio 13 maggio 1978 n. 180 poi trasformata in legge n. 833 del 28 dicembre 1978.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella mia esperienza, pi\u00f9 nella prima comunit\u00e0, perch\u00e9 nella seconda i casi di disturbo da uso di sostanze ancora in atto erano minori essendo in doppia diagnosi, in gran parte si \u00e8 trattato di affrontare disturbi legati alla sostanza. Qui per\u00f2 faccio un piccolo accenno ad un mio personale punto di vista, per cui tutte le distinzioni psicopatologiche, potrebbero essere riassunte in uno schema abbastanza semplice, in cui vi \u00e8 un disturbo legato ad una o pi\u00f9 emozioni, che viene soddisfatto da un sintomo. Come dire dal mio punto di vista se si leggono approfonditamente tutte le diagnosi ci si rende conto che dicono con parole diverse tutte la stessa cosa. Per certi versi rimane comprensibile quello che dice Bion (Bion, 1970) quando parlando della memoria e dei desideri, ne auspica la loro assenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo per\u00f2 non va ad inficiare le classificazione psicodiagnostiche che secondo me rimangono molto utili, per avere un primo punto di vista. Volendo essere un po\u2019 sistemici, soddisfano il bisogno di complessit\u00e0. Infatti, si potrebbe sottolineare la presenza di persone con gravi psicosi, soprattutto nell\u2019area dello spettro schizofrenico. In questi casi, ritengo che l\u2019aspetto contenitivo, sia necessario e soprattutto auspicabile, ma non per questo ritengo che non potrebbero essere accolte in una struttura di tipo comunitario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<strong>Vedi anche:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a title=\"L\u2019apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (1a parte)\" href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=819\">&#8211; L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (1a parte)<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a title=\"L\u2019apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (2a parte)\" href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=855\">&#8211; L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (2a parte)<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a title=\"L\u2019apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (3a parte)\" href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=828\">&#8211; L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (3a parte)<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a title=\"L\u2019apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (4a parte)\" href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=873\">&#8211; L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (4a parte)<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a title=\"L\u2019apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (5a parte)\" href=\"https:\/\/www.psicologicalmente.org\/?p=831\">&#8211; L&#8217;apporto di Bion alla Psicologia di Comunit\u00e0 (5a parte)<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><b>Bibliografia.<br \/>\n<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Bion, W.R. (1961). Experiences in Groups and other Papers. Londra: Tavistock Publications, Ltd. [Esperienze nei gruppi (1971). Roma: Armando Editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Bion, W.R. (1962). Learning from Experience. Londra: William Heinemann \u2013 Medical Books, Ltd. [Apprendere dall\u2019esperienza (1972). Roma: Armando Editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Bion, W.R. (1970). Attention and Interpretation. A Scientific Approach to Insight in Psycho-Analysis and Groups. Londra: Tavistock Publications, Ltd. [Attenzione e interpretazione (1973). Roma: Armando Editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Chiari, G., Nuzzo, M.L. (2005). Le basi epistemologiche delle psicoterapie cognitive. In Bruno G. Bara (a cura di), Nuovo manuale di psicoterapia cognitiva. Volume Primo. Teoria. Torino: Bollati Boringhieri Editore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Foresti, G., Vigorelli, M. (2012). Le esperienze \u2013 modello a orientamento psicodinamico. Ripensare i principi organizzativi in una prospettiva storico \u2013 critica. In A. Ferruta, G. Foresti, M. Vigorelli (a cura di), Le comunit\u00e0 terapeutiche. Psicotici, borderline, adolescenti, minori. Milano: Raffaello Cortina Editore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Freud, S. (1921). Massenpsychologie und Ich \u2013 Analyse. [Psicologia delle masse e analisi dell\u2019Io (1975). Torino: Bollati Boringhieri editore]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Gardner, H. (1983). Frames of mind. The theory of multiple intelligences. New York: Basic Books, Inc. [Formae mentis. Saggio sulla pluralit\u00e0 dell\u2019intelligenze (2002)(13 ed.). Milano: Feltrinelli Editore].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Gasca, G. (2012). Lo psicodramma gruppoanalitico. Milano: Raffaello Cortina Editore<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Goleman, D. (1995). Emotional intelligence. New York: Xoxa Books [Intelligenza emotiva (1996)(2005)(14 ed.). Milano: RCS Libri S.p.A.]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Goleman, D. (2006). Social intelligence the new science of human relationships. New York: Bantam Books [Intelligenza sociale (2006). Milano: RCS Libri S.p.A.]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Grauman, F.C. (1988). Introduzione a una storia della psicologia sociale in J.P. Codol, M. Hewstone, G.M. Stephenson &amp; W. Stroebe, Introduction to social Psychology. A European Perspective. Oxford: Basil Blackwello, Ltd. [Introduzione alla psicologia Sociale (1991). Bologna: Il Mulino]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gruyer, A. (2005). Sette anni di psicoanalisi in C. Meyer Le Livre noir de la psychanalyse. Vivre, penser et aller mieux sans Freud. Parigi: Editions Des Ar\u00e8nes. [Il libro nero della psicoanalisi (2006). Roma: Fazi Editore srl]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Levi Montalcini, R. (1988). Elogio dell\u2019imperfezione. Milano: Garzanti Editore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Lombardo, A. (2004)(2007)(2 ed.). La comunit\u00e0 psicoteraputica, cultura, strumenti, tecnica. Seconda edizione aggiornata. Milano: Franco Angeli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Maslach, C. (1982). Burnout. The cost of caring. New York: Prentice Hall Press, Inc. [La sindrome del burnout il prezzo dell\u2019aiuto agli altri (1997)(2 ed.). Assisi: Cittadella Editrice].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Milgram, S. (1974). Obedience to Authority. New York: HarperCollins Publishers Inc. [Obbedienza all\u2019autorit\u00e0. Uno sguardo sperimentale. (2003). Torino: Giulio Einaudi editore s.p.a.]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Mecacci, L. (2000). Il caso Marilyn M. e altri disastri della psicoanalisi. Roma: Gius. Laterza &amp; Figli Spa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8211; Perls, F., Hefferline, R.F. &amp; Goodman (1951). 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